BELLUNO SOTTERRANEA

DA BM-Belluno Magazine

C’è una Belluno nascosta E’ la città dei sotterranei, centinaia di metri sotto la Belluno in superficie. Realizzati negli anni dal 1938 al 1942, utilizzati da migliaia di bellunesi nel corso dei bombardamenti aerei del 1945, quando anche il capoluogo delle Dolomiti venne preso di mira dai bombardieri alleati contro le truppe di occupazione tedesche. Una città progettata da ingegneri e scavata da abili mani per assicurare un rifugio sicuro dalle bombe che cadevano dal cielo. Quattro sono i rifugi antiaerei scavati nella terra e nella roccia sotto la città. Due si trovano nella zona di Lambioi. Il primo, accessibile da via Alzaia, si snoda sotto l’attuale via Dino Buzzati, la “Panoramica”. L’accesso si trova a poche decine di metri dalla nuova rotatoria che porta in via dei Dendrofori. Un doppio accesso garantiva l’entrata e l’eventuale fuga nel caso le bombe ostruissero una delle due porte. Dentro, un lungo tunnel raccoglieva i bellunesi che cercavano sicurezza durante i bombardamenti. Un secondo rifugio si trova in via Lambioi, la stretta strada in salita che dal Parco “Emilio” conduce in piazza Martiri, costeggiando l’ex hotel Astor. L’ingresso non è immediatamente visibile, perché nascosto da un cortile che porta alle abitazioni. Per entrare bisogna aprire un cancello in ferro: da lì ci si inoltra per una serie di corridoi e grandi tunnel che serpeggiano sotto il centro storico, piazza castello, piazza Duomo, raggiungendo l’area all’altezza delle scale mobili di Lamboi. Qui si trova in secondo ingresso, ovviamente chiuso e non accessibile. Un terzo rifugio antiaereo è localizzato sotto via Vittorio Veneto, a poche decine di metri dal cosiddetto “Ponte Nuovo”. L’entrata è situata sottostrada, a lato di un’abitazione privata. L’altro accesso è a pochi metri di distanza verso est, sempre al di sotto della carreggiata. Ma i tunnel sotterranei del rifugio si dipanano nel terreno, raggiungendo il piccolo colle tra via Barozzi e Baldenich. Decine e decine di metri di galleria che collegano i grandi tunnel dove, al suonare delle sirene, si ammassavano i cittadini per ripararsi. Rifugi capienti, quelli realizzati negli anni precedenti la seconda guerra mondiale. Quello di via Alzaia poteva contenere più di mille persone. Più capiente il rifugio antiaereo di via Vittorio Veneto, che poteva offrire riparo a più di 1500 persone, con addirittura un migliaio di posti letto. Perché, spesso, i bombardamenti duravano ore e la maggior parte della gente che affluiva era composta da donne, bambini, anziani. Gli uomini, molti di essi, erano in guerra nei vari fronti a combattere, o sui monti a fare i partigiani. Il rifugio con maggiore capienza era però quello di Lambioi. Una vera città sotterranea, con enormi stanzoni di ammassamento che arrivavano ad ospitare fino a 3000 bellunesi. E, come una città, offriva oltre al mero rifugio anche quei piccoli servizi che nel corso di un bombardamento potevano rendersi necessari. Un’infermeria, alcune stanze in sequenza dove venivano sistemate le persone con crisi di panico o altri problemi creati dalla permanenza sottoterra. E, ovviamente, i servizi igienici. Esisteva un quarto rifugio, ubicato sotto il torrione a pochi passi da piazza Mazzini. Il manufatto è di proprietà privata e il rifugio era già dismesso a novembre 1945, come dimostrano i documenti reperibili presso gli uffici del Comune di Belluno. Un altro documento del 1945 certifica, invece, il progetto per la costruzione di un altro ricovero pubblico in piazza Marconi, nella parte ovest della città.

UN MONDO SCONOSCIUTO SOTTO LA CITTA’

Abbiamo avuto l’opportunità, e la fortuna, di visitare recentemente tre dei rifugi antiaerei di Belluno. I tre più grandi: via Alzaia, Lamboi e via Vittorio Veneto. Con la guida e il supporto degli uomini del Gruppo di Protezione civile del Comune di Belluno. La loro guida è necessaria, perché oggi i cunicoli sono al buio. L’impianto elettrico realizzato all’epoca del loro utilizzo non è più funzionante, e lì dentro, ovviamente, non esistono finestre. L’illuminazione è stata garantita dalle torce a batteria. L’esperienza è davvero toccante. Una volta varcata la soglia del rifugio, ci si trova ad affrontare una serie di piccoli corridoi quasi ad angolo retto prima di accedere alle gallerie più grandi, quelle dove si ammassavano i cittadini. Questo, ci è stato spiegato, per motivi di sicurezza. I corridoi servivano da frangi aria, proteggevano cioè da eventuali spostamenti d’aria nel caso fosse bombardata l’entrata del rifugio. Solo al termine di questi tunnel ci si affaccia al lungo tunnel di ammassamento. Per comprendere davvero quei momenti, bisogna usare la fantasia. Pensiamo al caos nei momenti in cui veniva segnalato dalle sirene il pericolo di un’incursione aerea. Immaginiamo migliaia di cittadini, soprattutto donne e bambini, al momento di guadagnare l’entrata dei rifugi. L’impatto con un luogo scavato nel terreno, senza finestre. La paura di essere bombardati, l’apprensione di non trovare più, una volta usciti, la propria casa perché raggiunta da una bomba. I pianti dei bimbi, le preghiere degli anziani, i tentativi di rassicurazione da parte dei responsabili della sicurezza. Sui muri si trovano ancor oggi le frasi scritte allora: “calma”, “silenzio”, “vietato fumare”, “vietato sostare nei corridoi”. Inviti a comportarsi, seppure in una situazione di emergenza, nel rispetto di alcune regole di buona convivenza. E, siccome in quei rifugi ci si poteva passare delle ore, c’erano anche i gabinetti per espletare le funzioni fisiologiche elementari. Toilette realizzate in maniera assolutamente eguali in tutti e tre i rifugi visitati. Progettati dalle stesse mani e con gli stessi criteri, quasi nicchie ricavate nella roccia a lato delle gallerie principali. Una piccola città sotto la città, si diceva. Nel rifugio di via Vittorio Veneto è ancora visibile l’insegna che identificava la stanza dove si trovava la guardia medica: una croce rossa dipinta sulla parte sopra l’ingresso. Immaginiamo, poi, che a causa dei bombardamenti si interrompesse l’energia elettrica. Oppure il frastuono dei bombardamenti sulla città, che le gallerie sotto terra amplificavano come una cassa di risonanza. Attimi di panico, che colpivano improvvisamente qualcuno, che per questo veniva portato in una stanza più interna, fino a quando non si fosse tranquillizzato. Il rifugio di Lambioi è diviso in più sezioni a diversi livelli, collegati attraverso scalinate che raccordano le diverse sezioni. Interessante osservare il vecchio impianto elettrico, i fili che oggi cadono a penzoloni dalle volte sopra la nostra testa. Le vecchie lampade, gli interruttori e le derivazioni in rame per smistare i collegamenti. Un mondo affascinante, sconosciuto ai più, memoria visiva e indissolubile delle brutture della guerra, ma nel contempo anche dell’ingegno umano. Tanto che le maestranze bellunesi vennero addirittura chiamate a realizzare i rifugi antiaerei di altre città italiane. Uno di questi fu il rifugio di Martana, in provincia di Massa Carrara, costruito in tempo record in soli tre mesi dai minatori provenienti dalla provincia di Belluno. Oggi questo luogo di sofferenze e paure è stato restituito alla popolazione locale, grazie ad un’ oculata operazione di recupero. Vi si svolgono visite guidate a gruppi di 50 persone curate dall’Anpi e da operatori culturali massesi. A Villar Perosa, provincia di Torino, è stato creato addirittura un “museo diffuso” con il villaggio operaio e le gallerie recuperate a dovere, sulle cui parete illuminate per le visite sono state predisposte tabelle informative con la storia del sito e notizie sul suo recupero.

Sorge spontanea una domanda. Perché non pensare un’analoga operazione anche a Belluno? Perché la città medaglia d’oro al valor civile per la Resistenza non ha mai pensato seriamente ad un recupero, anche parziale, dei rifugi antiaerei? Spesso in molte città italiane e straniere, questi luoghi altamente simbolici per sfuggire alla morte sono diventati luoghi di vita, spazi che ospitano esposizioni d’arte, concerti, eventi culturali.

Prima ancora di un doveroso omaggio alla storia e alle capacità della nostra gente, sarebbe anche l’occasione per arricchire l’offerta culturale ai visitatori della città di Belluno, un richiamo da abbinare, in un prossimo futuro, alle altre opportunità che la città può e potrà offrire. Certo, si obbietterà, occorrono soldi. Ma prima del denaro servono idee, progetti e la buona volontà di intraprendere questa impresa. Ridando dignità alla Belluno sotterranea. Nascosta da troppi anni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *